
La mia è una poesia assolutamente ''fuori moda". E
vediamo come.
1° E' una poesia che non ha paura d'essere lirica, di
rivelare un ''sentimento'', una ''passione'' per tutto ciò che tocca.
2° E' una poesia che detesta - e accuratamente se ne astiene - non un' ''ambiguità''
correttamente intesa, ma tutto quello che per ''ambiguità'' viene oggi perseguito e
contrabbandato. (Es: confrontare l'ambiguità del sorriso della Gioconda o quella delle
bottiglie e dei barattoli di Morandi, con l'ambiguità dei tagli sulla tela di un Fontana.
Nel primo caso l'ambiguità è libertà di scelta tra l'infinità dei significati possibili;
nel secondo è ambiguità simulata che nasconde il vuoto, è rivelazione d'impotenza a
significare davvero qualcosa, è - come direbbe Ceronetti - ''il gesto di un Cireneo
disperato''.)
3° E' però una poesia che si tiene ugualmente distante da quel semplicismo prosastico
senza ritmo né nerbo, rifugio di coloro che rifiutano, si, la lezione delle cosiddette
''avanguardie'' (sotto questo profilo preziosa!), ma non hanno l'energia, l'autorità
per imporre uno stile che servendosi del linguaggio più usuale e quotidiano, sappia
tuttavia imprimergli una forma, un ''ritmo'', un nerbo che rendano la poesia al tempo stesso
fedele alla tradizione ed attualissima.
4° (Che è solo la naturale conseguenza dei primi tre punti). E' una poesia che rifiuta il
luccichio dell'orpello: la peregrinità - spesso fine a se stessa - dell'aggettivo, la
strepitosa novità dell'immagine, uno sfoggio di esasperato intellettualismo che si risolve
in ghirigoro solipsistico, in una parola, il giocare funambolisticamente con la parola.
Per finire, il mio atto di fede, per niente originale, ma molto dimenticato: Fare poesia è
un atto d'amore, e la ''parola'' è sacra.